IL CONTRIBUTO RICHIESTO DALL'ITALIA PER IL RILASCIO O RINNOVO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO DI LUNGO PERIODO OSTACOLA L'ESERCIZIO DEI DIRITTI CONFERITI DALLA NORMATIVA COMUNITARIA AI CITTADINI DEI PAESI TERZI

09/09/2015 13:10:55

Il 2 settembre la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha dichiarato incompatibile con l'ordinamento comunitario il contributo richiesto dall'Italia per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno di lungo periodo, il cui importo, secondo quanto previsto da un decreto del 31/12/2011, varia tra 80 e 200 euro, a cui si aggiunge il versamento di un ulteriore importo di 73,50 euro.

La Confederazione generale italiana del lavoro (Cgil) e l’Istituto nazionale confederale assistenza (Inca) hanno quindi chiesto al Tar del Lazio l’annullamento del decreto del 2011, ritenendo palesemente sproporzionato ed eccessivo il contribuo richiesto.

Sollevata la questione davanti alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, il contributo è stato effettivamente ritenuto dai Giudici della Corte sproporzionato rispetto alle finalità perseguite dalla direttiva 2003/109/CE, relativa allo status dei cittadini di Paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo, come modificata dalla direttiva 2011/51/UE.

Già in una precedente sentenza del 2012, la Corte, nel richiamarsi ai principi della direttiva 2003/109 aveva chiarito che l'importo del contributo richiesto dai Paesi Membri per il rilascio del titolo di soggiorno ai cittadini di Paesi terzi non potesse risultare sproporzionato rispetto al contributo richiesto ai cittadini di quel medesimo Stato per il rilascio di un analogo titolo.

Proseguendo sulla linea interpretativa delineata nella pronuncia del 2012, nella recente sentenza la Corte di giustizia ha quindi anzitutto ricordato che l’obiettivo principale della direttiva è l’integrazione dei cittadini di Paesi terzi che si stabiliscono a titolo duraturo negli Stati Membri e che il potere discrezionale degli Stati nel decidere il contributo posto a carico dei cittadini extracomunitari non può ostacolare la realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla normativa comunitaria.

Peraltro, l'argomento speso dal Governo Italiano per difendere la propria posizione, secondo cui il contributo sarebbe necessario per l'espletamento dell’attività istruttoria finalizzata alla verifica del possesso dei requisiti previsti per l’acquisizione del titolo di soggiorno è stato apertamente respinto dalla Corte, la quale ha invece evidenziato che la metà del gettito prodotto dalla riscossione del contributo è destinata a finanziare le spese relative al rimpatrio dei cittadini extracomunitari considerati risiedere irregolarmente in Italia.

Per tutte queste ragioni, la Corte ha concluso che la circostanza che la cifra richiesta dallo Stato italiano per il rilascio/rinnovo del permesso di soggiorno di lungo periodo sia almeno 8 volte maggiore rispetto a quanto richiesto ai cittadini italiani per il rilascio, ad esempio, della carta di identità, renda tale contributo palesemente sproporzionato rispetto alla finalità della direttiva, rappresentando di fatto un ostacolo all'esercizio dei diritti conferiti dalla normativa europea ai cittadini dei Paesi terzi.

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