LE TUTELE CHE SPARISCONO, MA SI DICONO CRESCENTI

02/03/2015 10:55:00

Pubblichiamo di seguito un commento dell'avv. Mario Lotti sulle c.d. "tutele crescenti" introdotte dalla recente riforma approvata dal governo Renzi

L'intestazione è fuorviante e ingannevole: “contratto di lavoro a tutele crescenti”. Bel biglietto da visita, mi vien da dire.

Allora meglio sgomberare il campo dai primi possibili equivoci:

1) il contratto di lavoro a tempo indeterminato rimane quello di prima: molto più semplicemente è stata introdotta una nuova disciplina dei licenziamenti applicabile ai lavoratori che, da oggi in poi, verranno assunti a tempo indeterminato.

2) le “tutele crescenti” residuano solo nell'immaginifico mondo del legislatore e nelle fiduciose attese del cittadino male informato: è infatti pacifico che la nuova disciplina introduce tutele meno intense rispetto al passato per i neo assunti illegittimamente licenziati.

Sarebbe stato bello, tanto per cominciare, se ci fossero stati evitati, almeno sotto il profilo terminologico, tranelli e specchietti per le allodole.

Ma veniamo ai contenuti e partiamo dal dato più deflagrante e dirompente (sempre che la corte costituzionale non spenga la miccia): vecchi assunti e nuovi assunti avranno trattamenti differenti in caso di licenziamento dichiarato illegittimo (e dunque in tutte quelle ipotesi in cui viene accertato che l'azienda ha licenziato quando non avrebbe dovuto e potuto licenziare).

In barba al principio di uguaglianza e, ancora di più, alla dignità dei lavoratori.

Come si traduce la disuguaglianza di trattamento?

Ecco un paio di esempi paradigmatici e, nella prassi, tutt'altro che inconsueti.

a) L'azienda X licenzia il lavoratore Y deducendo la soppressione del profilo professionale a cui lo stesso era adibito. 
Emerge in giudizio che, in realtà, quel profilo professionale non è affatto stato soppresso: abbiamo qui la tipica ipotesi della manifesta insussistenza del motivo di licenziamento (tradotto, faccio il tornitore, l'azienda mi licenzia sostenendo di non avere più bisogno di tornitori, il giorno successivo al licenziamento vengo sostituito da un nuovo tornitore). 
Ebbene, che succederà grazie al contratto di lavoro a tutele crescenti?
 Semplice:
 1) il lavoratore Y, assunto prima dell'entrata in vigore della nuova disciplina, verrà reintegrato in servizio e avrà diritto a un risarcimento del danno sino a un massimo di 12 mensilità (il che, detto per inciso, mi pare il minimo si possa ragionevolmente pretendere … perché il massimo e il giusto era previsto dal vecchio art. 18... ma lasciamo perdere); 2) il medesimo lavoratore Y, malauguratamente per lui assunto con il nuovo regime, saluterà amici e colleghi, non potendo più rimettere piede in azienda, e dovrà accontentarsi di un indennizzo parametrato alla sua anzianità di servizio (due mesi per ogni anno di anziantà con un minimo di 4 e un massimo di 24 mensilità). 
Wow!

b) L'azienda X attiva una procedura di licenziamento collettivo nel quale vengono coinvolti, tra gli altri, i lavoratori Y e Z che vengono ingiustamente licenziati poiché, applicando i criteri di scelta previsti dalla legge o quelli (c.d. pattizi) individuati negli accordi sindacali, non potevano essere estromessi (tradotto, Y e Z fanno gli impiegati contabili e gli addetti all'ufficio contabilità, non essendoci lì un esubero, non sono coinvolgibili nella procedura di licenziamento collettivo). Y è stato assunto in epoca per lui più propizia; il contratto di Z è figlio del renzismo. 
Che succederà? 
Y continuerà (rigiustamente) a occuparsi di fatture e incassi dell'azienda X e godrà di un risarcimento del danno.
 Z, con il mini risarcimento che gli verrà riconosciuto e con il tempo libero che avrà a disposizione, potrà acquistarsi dei manuali sulla contabilità aziendale che gli consentiranno di cercarsi un altro posto di lavoro (a tutele crescenti, ovviamente).

Veramente una bella riforma, non c'è che dire.

Si può licenziare illegittimamente, cavandosela con un mero risarcimento del danno (per di più risibile nella sua quantificazione) peraltro predeterminato e soggetto a un tetto massimo.
 Eh si, perché il danno non può mica essere punitivo, non sia mai che poi si distolgano gli imprenditori un po' spregiudicati dalle cattive intenzioni.

Male, anzi, malissimo.

Ma non è tutto.

Le tutele crescenti e le disuguaglianze, che seguono a ruota, si fanno sentire anche nell'ottica dei tempi di esercizio del diritto. 
Cioè?
 Ritorniamo all'esempio del nostro amico tornitore ingiustamente licenziato perché il tornio continua a girare nell'azienda di provenienza.
 Il vecchio assunto, che avrà la possibilità di rivendicare il diritto alla reintegrazione in servizio, si avvarrà del c.d. Rito Fornero, ovvero di un procedimento giudiziario che gli consentirà, entro 40 giorni dal deposito del ricorso in Tribunale, di venire reintegrato in azienda.

Per il nuovo assunto, oltre al danno (niente reintegrazione), anche la beffa. 
Il nostro novello tornitore non potrà infatti avvalersi del procedimento sommario e dovrà accontentarsi degli ordinari tempi della giustizia. 
Il che, tradotto in soldini, sempre che l'azienda non sia nel frattempo scomparsa, potrà godere del suo misero risarcimento del danno dopo – ma suvvia, siamo ottimisti – un paio d'anni dal deposito del ricorso in Tribunale.

Per oggi mi fermo qui. Il treno delle tutele (de)crescenti è appena partito e mi riprometto, Maalox in tasca, di seguirne le gesta di stazione in stazione.